fbpx
Skip to main content

Rock Mountain School, Warren Park, Harare, Zimbabwe, Africa.

Dal diario di viaggio di Cristina: “Sorvoliamo le splendide Victoria Falls. Guardo fuori dal finestrino dell’aereo, manca meno di un’ora alla nostra meta. Il panorama cambia ma rimane meraviglioso, iniziano a delinearsi le strade della città, che come sinuosi serpenti definiscono la geometria urbana e poi la terra rossa che si riempie di minuscoli puntini luccicanti. Brillano, ma solo dall’alto. Viste da un altro punto di vista, dalla prospettiva suolo non ha niente di prezioso. Quella che luccica è solo lamiera arrugginita, la lamiera dei tetti delle case fatiscenti delle baraccopoli dove vivono molti dei ragazzi che sto per incontrare con Mara.


Affittiamo un van per raggiungere la Rock Mountain School che da anni riceve gli aiuti alimentari di Rise Against Hunger. Percorriamo la via principale costeggiando lo stadio, poi alla rotonda a sinistra. Non c’è più un senso di marcia da seguire. La strada che porta al quartiere Warren Park segue regole proprie secondo la logica del “evita le buche quando e come puoi”. Qualche km di percorso a zig zag e poi svoltiamo a destra dove l’asfalto lascia il posto alla terra rossa africana.
La strada non è pensata per essere percorsa dalle vetture è piuttosto un sentiero lungo il quale ci facciamo largo consapevoli di invadere quello che è il campo da gioco dei numerosissimi bambini che lo affollano, a tutti gli effetti, questo è il loro regno. Sorridenti giocano a spingere vecchi cerchioni di biciclette spingendoli con un ramo. Il gioco preferito di mio nonno nell’Italia post guerra. E i bambini corrono, corrono e ci salutano allungando le mani verso i nostri finestrini per schiacciare “un cinque” e ci scortano fino al cancello della Rock Mountain School, la scuola che accoglie le storie di adolescenti che una vera adolescenza non l’hanno mai vissuta. Mi si stringe il cuore a pensare a come possano crescere in una baraccopoli simile. Ho gli occhi umidi.


Il cancello si apre e ci riserva un’accoglienza che mi fa dimenticare i pensieri tristi: sorrisi ed abbracci e un mondo tutto da scoprire. Mara si muove in scioltezza, con il suo carattere aperto e solare si avvicina ai ragazzi cercando un’interazione. “Hi, I’m Mara from Italy”, qualcuno si dilegua, “And you? What’s your name?”, qualcuno risponde, “How old are you? Do you like school? And the food?” qualcuno incuriosito risponde.


Per me è più difficile rompere il ghiaccio. Perché finché sono bambini è facile. Li prendi in braccio, improvvisi un girotondo o uno scivolo umano e il gioco è fatto. Li hai conquistati e ti ameranno per sempre. Ma quelli che ho di fronte sono adolescenti. Tutta un’altra storia. Mi guardo intorno e cerco una strategia di ingresso. Metto da parte il mio imbarazzo e mi siedo su un muretto accanto ad un ragazzo e mi affido al mio pessimo inglese. Funziona! Il ragazzo è molto paziente e si sforza in tutti i modi di capirmi. Altri ragazzi si avvicinano e in pochi minuti mi sento parte di un gruppo. Un gruppo che frequenterò ancora per un paio di settimane.
Tutte le sere rientriamo a casa in bus. Ci scortano, per così dire, i nostri nuovi “fratelli e sorelle”. Siamo state adottate e ci accompagnano alla scoperta di questa nuova cultura, di abitudini e costumi. Condividiamo le nostre esperienze di vita, così diverse, ci confidiamo, facciamo i selfie e ci vogliamo bene. L’attenzione e la cura che ci dedicano mi fanno commuovere.
Non hanno soldi, non hanno vestiti, alcuni non hanno i genitori, non hanno un’adolescenza spensierata, non hanno una bicicletta, non hanno neanche una data di nascita. Ma ci hanno dato tutto quello che potevano offrirci: il loro affetto sincero. E questo è il souvenir più prezioso che mi sono portata dietro e che conserverò per sempre”.